
Figlio di un direttore di banda militare,
Lehár aveva la musica nel sangue. Tanto il padre
che la madre, austriaca, lo incoraggiarono ad intraprendere
gli studi musicali e lo iscrissero al Conservatorio di Praga
dove studiò composizione con Zdenek Fibich. A 18
anni esce dal Conservatorio diplomato in violino. La breve
esperienza orchestrale non lo soddisfa e sceglie di seguire
le orme paterne: a Losoncz, Pola, Trieste, Budapest e Vienna
sarà direttore di banda in vari reggimenti austro-ungarici.
Durante questo periodo il giovane Franz inizia a comporre
e scrive due opere liriche, Rodrigo (1890) e Kukuschka (1896),
ma solo quest'ultima verrà rappresentata (e poi ribattezzata
nel 1906 Tatjana).
Il palcoscenico musicale doveva essere il suo regno. All'inizio
del secolo per un musicista avente sangue austriaco e ungherese,
intenzionato a scrivere musica per il teatro, l'operetta
rappresentava la via più logica e consequenziale.
Franz volle quindi cimentarsi nel genere straussiano. Aveva
le idee chiare: il libretto doveva proporre situazioni divertenti
ma anche sentimentali, permeate da classe e buon gusto.
Riguardo alla musica, sapeva che il valzer era ancora un
elemento vincente. Lehár non era Strauss, e se ne
rendeva conto. Il suo valzer non poteva essere travolgente
e impetuoso come quello dell'autore del Pipistrello. Oltre
al valzer il giovane Lehár puntava molto su un brano
d'insieme, vivace e a ritmo di marcia, che potesse segnare
inconfondibilmente ciascuna operetta. Un'operazione che
gli avrebbe fruttato il magnifico ottetto "È
scabroso le donne studiar" de La vedova allegra. Una
cosa era certa: Lehár credeva profondamente nella
bontà della "piccola lirica" e nel valore
artistico del genere. Non si sentiva declassato rispetto
agli altri amici di conservatorio che si accingevano a trattare
generi musicali "seri". A Vienna mette in scena
la sua prima operetta, Donne viennesi, nel 1902, interpretata
dal magnifico Alexander Girardi, che porta al successo la
"marcia di Nechledil". Da più parti già
si guarda con un certo interesse al giovane compositore
ungherese. Scriverà tre operette modeste prima di
approdare al più trionfale dei successi nella storia
dell'operetta: La vedova allegra. Dal 1905 il fortunatissimo
lavoro di Lehár conserva tuttora i suoi magnifici
requisiti. Incarna un'epoca, un modo di vedere la vita,
una cultura. Le repliche si susseguono in tutto il mondo
con esiti incredibili. Chi frequenta il teatro nel periodo1905-1915
non può non assistere alle repliche dell'operetta
più famosa del mondo; diventa quasi un obbligo morale.
Lehár aveva capito cosa voleva il pubblico e qual'era
la nuova funzione dell'operetta. La parola d'ordine era
"seduzione", in senso musicale, nei contenuti,
nel fascino dell'ambientazione, nelle pieghe della comicità.
La vedova allegra inebriava il pubblico di piacere per la
vita, di favola e di sogno, di risvolti dolceamari che venivano
prontamente riscattati dall'umorismo e dal sorriso.
Lehár diviene un uomo ricco e felice ma negli anni
successivi l'ispirazione lo aveva come abbandonato, il nome
di Lehár continuava più che mai ad essere
associato alla sola "Vedova". In questo periodo
Lehár matura la decisione di tentare un rinnovamento.
Nel 1909 con Il conte di Lussemburgo, l'intreccio fra tenore
e soprano e quello fra buffo e soubrette scorre parallelo.
D'ora in avanti, in ogni parte d'Europa, ogni compositore
di operetta deve tenere presente il nuovo schema lehariano
de Il conte di Lussemburgo. Finalmente Lehár ha sfornato
uno spartito con tutti i crismi per piacere. È il
suo primo successo dopo La vedova allegra.
In cuor suo il compositore magiaro, ormai viennesizzato,
non crede di aver composto un prodotto duraturo; la sua
attenzione è tutta riposta in Amor di zingaro, in
risposta alle Manovre d'autunno che Kálmán
ha portato in primo piano. La critica non risparmia frecciate
e sarcasmi alle sue ultime opere; Lehár pensa che
deve limitare le pagine "leggere", tentare di
dare lustro allo spartito con la melodia più che
col motivo d'effetto. Nel 1911 firma Eva, ricca di buoni
spunti ma ingenua nel libretto. Due anni dopo è la
volta de La moglie ideale, ibrida e banale. La "stella"
lehariana sembra appannarsi. Nubi funeste di guerra inquinano
l'animo del compositore di Komàrom. Il mondo si trasforma,
l'impero austroungarico crolla, sui giornali si ironizza
sull'operetta ritenuta anacronistica ed obsoleta. Lehár
sogna un universo sereno dove regni la pace dell'anima.
Compone il superbo Finalmente soli! il cui 2° atto,
privo di parti in prosa, è un atto di opera lirica,
un lungo e suggestivo duetto d'amore. Puccini loda Lehár
e lo invita a continuare su questa strada ma il pubblico
sembra distratto. Nel 1920 Mazurca blu reca echi polacchi
e reminiscenze classiche; non sarà però un
successo. Lehár non riesce a farsi una ragione della
scarsa risonanza delle sue opere, è avvilito. Accetta
di musicare un atto unico, Frühling, nel 1922. Nell'operetta
ci si esotizza sempre più e Vienna impazzisce per
La bajadera di Kálmán, dal profumo indiano.
Lehár rimane colpito da L'usignolo madrileno del
rivale Leo Fall e compone l'iberica Frasquita. Lo spartito
è fra i più interessanti degli ultimi anni
lehariani ma solo tre anni dopo giungerà il vero
favore del pubblico. Nel biennio 1923-24 due operette trascurabili:
La giacca gialla e Clo Clo. Si chiude però un ciclo.
Nuovi orizzonti si schiudono nel panorama di Lehár
e in quello dell'operetta viennese. L'acclamato tenore Richard
Tauber accetta la collaborazione con Lehár ed inizia
una nuova stagione, florida e rigogliosa. Paganini è
il primo frutto del connubio Lehár-Tauber e si attesta
finalmente su altri livelli. In Italia una gradevole rielaborazione
dello Sterngucker, La danza delle libellule, fa guadagnare
molti quattrini a Lehár che, da adesso in poi, non
perde più un colpo. Tauber interpreta il ruolo del
protagonista anche ne Lo Zarevic che si avvicina all'opera
lirica, pur mantenendo una struttura che non tradisce l'operetta.
In ogni nuova opera è presente una romanza del tenore
che deve essere bissata.
Frasquita aveva "O fanciulla all'imbrunir", Paganini
era suggellato da "Se le donne vò baciar",
ne Lo Zarevic spiccava la canzone del volga, in Federica
era presente "O dolce fanciulla". Il ciclo Tauber
continuava con Il paese del sorriso - da cui proviene "Tu
che m'hai preso il cuor" - rielaborazione della sfortunata
Giacca gialla. Siamo ormai nel 1929 e stanno per suonare
le campane a martello anche per l'operetta. L'Europa si
prepara ad una nuova, terribile guerra. Le persecuzioni
contro gli ebrei costringono compositori e librettisti d'operetta
ad emigrare. Qualcuno conoscerà anche tristi giorni
di prigionia. Lehár, che sentiva nuovamente di poter
dare molto al teatro musicale, si accontenta ora di amministrare
i propri sforzi del passato. Scriverà ancora la sensuale
Giuditta, ma s'avvertono presagi di campi di concentramento
e di carri armati. Lo stile lehariano viene imitato e ripreso
da molti. Nico Dostal si assicura buoni successi incamminandosi
sulla via tracciata dal compositore de La vedova allegra.
Prima di morire nella sua villa di Bad Ischl, Lehár
vivrà un periodo a Zurigo, dopo la fine della guerra.
Non saranno gli ultimi anni della sua vita nella quieta
cittadina di Bad Ischl a ridargli la dovuta serenità;
dopo aver regalato tanti sorrisi musicali, Lehár
non ebbe mai la soddisfazione di una piena consacrazione
da parte della critica musicale.